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Ed eccomi qua, immersa nel mio solito pessimismo ancestrale dopo un lungo periodo di astinenza dalla penna.

Il tira e molla della vita continua il suo movimento perpetuo (ed in un certo senso dovrei esserne grata) eppure non sono in grado di sopportare questi alti e bassi fra cui si inframezzano le mie azioni sebbene, con tutta ovvietà, siano proprio esse a determinarne oscillazione.

Mi ritrovo ancora sola seduta su uno sgabello del mio personalissimo “Roxi Bar” mentale, sgranocchiando pezzi di uova kinder e rimuginando di quanto sia contraddittoria la mia voglia di Southern Comfort quando ogni volta che esco spendo denaro su denaro per mille cose, comunque sempre e solo utili, tranne che per questo desiderio.

Il mio piccolo grande miracolo si è addormentato quindi ho circa un’ora solo per me, per chiudermi in questo confessionale dalle tende rosso porpora in cui, dall’altra parte ad ascoltare, c’è il mio Io.

Questo Io ultimamente fa finta di essere saldo ed imperturbabile, esponendo nella vetrina saldi di coraggio per il mio giovane vecchio Ego di modo che, quando si guarda allo specchio, veda sempre nei propri occhi una scintilla di nuove possibilità da indossare, modellandone le forme in base alla figura che vedono riflessa.

Questa primavera è strana, o forse no, di sicuro nell’Anima fa caldo, a volte assomigliando ad un Inferno simil dantesco, con figure, alcune amene, che danzano sorridendo fra le fiamme, attorno ad una maschera pirandelliana che cambia volto ad ogni cambio di prospettiva.

Che cosa volevo dire? uhm, non lo so.

Tra 44 giorni saranno 40 e l’unica cosa che mi fa sorridere è che fondamentalmente sono sempre la stessa, che accusa la propria mancanza di capelli bianchi ed il proprio personalissimo strano gene ereditato non si sa da chi (dopo aver visto le analisi genetiche i miei ancora se lo chiedono), per la voglia di indossare ancora i suoi 25 anni e di piantarsi a guardare le serie Marvel davanti alla tv, evitando come la peste tutti i programmi gossippari degenerati nel trash del trash, con le loro labbra a culo di gallina, le tette rifatte ed il sedere fasciato in indecenze da paura.

Ma in fondo, mio caro Io, che male c’è? Dimmelo, che male c’è se nonostante questo maledetto pessimismo non ho alcuna voglia di arrendermi al negativo?

E facciamocelo sto orgoglioso sorriso vaH.

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#2 Sentieri. Foto e Parole.

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Esistono cammini senza viaggiatori. Ma vi sono ancora più viaggiatori che non hanno i loro sentieri.

Gustave Flaubert, Lettere a Louise Colet

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#1 Foto e Parole

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Ci sono momenti in cui la solitudine ha bisogno di sentirsi protetta.
Chinare il capo in un silente preghiera, nell’innocenza della semplicità.

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Autostima gratuita e subliminale

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Img dal Web

Antefatto:

Faccio parte di un gruppo creato per chi gioca un determinato game su Faccialibro, e con una persona in particolare ho stretto amicizia.
E’ vero che in quei casi l’amicizia è molto meno che superficiale però esistono altrettanti rari casi in cui con qualcuno ti ci becchi subito a pelle e ci parli, fino a conoscervi come se vi foste incontrati in un Bar; ecco parliamo di una di quelle amicizie per cui non metti restrizioni al tuo profilo, per esprimermi in gergo feisbucchiano (di questi tempi probabile se capimo prima).

Ultimamente non ho tutto il tempo che vorrei per dedicarmici al gruppo così, essendone anche administrator, ho avvisato con un post i giocatori (quindi non leggo sempre le notifiche) della mia temporanea assenza.

Ebbene, la mia amica stamane mi avvisa che un membro del gruppo ha chiacchierato con lei nei commenti di un post evidenziando (sinteticamente) un certo astio nei miei confronti. Purtroppo non ho letto il post perché era stato già cancellato.
Sono rimasta perplessa, ho cercato nel tempo un possibile motivo per cui il tizio in questione potesse avercela con me, e alla fine credo di averlo trovato in un vecchio post editato da lui con contenuti che poi l’altra admin. ha cancellato, in quanto duplicato dei miei già inseriti giorni prima e non visti per disattenzione.

Dunque questo signore, molto religioso (chissà perché poi quelli così ossessivamente religiosi, con tutto il rispetto, sono sempre quelli che ti piantano sti atteggiamenti) mi odia tanto da giocare di scherno sul mio ruolo/persona/nome. Mi ha dato importanza. In un modo o nell’altro, per qualsiasi cricca mentale che c’ha in testa o meno, questo ritiene che io sia una persona tanto rilevante da nutrire riflessioni nei miei confronti; qualcuno di cui ha tenuto conto per far nascere un sentimento che non sia indifferenza, che tra l’altro sarebbe quasi normale visto che: il contatto è nato solo per il gioco quindi a nome di un mutuo silenzioso reciproco supporto, che non ci conosciamo affatto né è necessario avvenga, che nemmeno sappiamo se il nostro nome è reale e probabilmente abbiamo anche ristretto le informazioni condivise verso i nostri profili.

Mi sono messa a ridere. No dai, seriamente.
Questo signore si è costruito un’idea della sottoscritta e su quella, per quanto scarna, ci ha edificato su delle presunte basi di un rapporto che non ha visto mai scambio di parola, nemmeno di risposta in un commento.

Tutto ciò senza che ne avessi nemmeno sentore, mentre in una realtà parallela (e psicoticamente onirica no?) ergevo la mia persona a sfruculiare il risentimento di costui.

Fino ad oggi.

Se mi odi mi stai dando importanza e se mi dai importanza, finanche giudicando senza base alcuna, mi stai attribuendo dello spessore e la sua ombra ti sta dando fastidio.
Io non sono nessuno e mi confondo fra i miei simili, non spicco mai di mia sponte ma può capitare risolva qualche problema e qualcuno nutra simpatia nei miei confronti ma credimi, invidiarmi è una perdita di tempo, è un sentimento che non conosco e che di rimando rimpallo come pigliasse una craniata su una porta trasparente. Eppure non lo nego, la mia autostima ringrazia, ride, ma ringrazia.

Credo che qualcuno abbia proprio bisogno di uscire dai confini della frustrazione, anche se ha insabbiato bene i paletti del recinto perché non si notino, di svincolarsi da una vita che lo spinge a trovare interazione nel virtuale finché un giorno non distingue più tra la realtà al di qua e al di là dello schermo, altrimenti prima o poi: et voilà, il gioco è fatto, ecco una persona vera a metà.

Oppure semplicemente chiudere il social e andare fuori, a godersi aria, tempo e amici, così al rientro si avrebbe realmente qualcosa di concreto da raccontare.

Concretezza, ecco, qualcosa il cui concetto inizia a diventare sempre più sfumato e trasparente, chissà che non scompaia del tutto, come la nostra riservatezza.

 

Bah.

25.2.17

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Ibarra©

E’ questo il momento ma è il momento sbagliato,

un momento effimero di ritorno al passato,

un buco sul muro, un orizzonte spaccato,

un occhio marcato dall’eyeliner del Tempo,

le labbra son rosse ma il sorriso è un po’ spento.

Spento non per la ruga comparsa tra le righe

di una vita già scritta su un copione teatrale

(una dose di Dramma, un po’ di commedia,

talvolta una farsa che poi il Tempo rimedia),

è semplicemente la Vita che toglie e che dà

che si gioca tra dolore e felicità

e Tu ti ritrovi a spiare da un muro,

l’orizzonte spaccato ma alle spalle il Futuro.

E’ quell’attimo a rendere il momento sbagliato

perché il muro sorge proprio tra presente e passato

e se il sorriso è un po’ spento è per nostalgia,

basta guardarsi accanto e la tristezza va via.

Ma mentre ci pensi l’attimo scompare,

il muro si sgretola e non puoi più guardare

eppure sei paga mentre pensi all’adesso

e quel momento sbagliato, ecco, è già diventato riflesso.

©

00,21 a.m.

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– IBarra © –

La Mezzanotte è appena passata da 21 minuti ed io sono qui davanti al pc con mille e una domanda in testa e la metà delle risposte. Qualcuno direbbe che già ad avercene la metà è gran cosa se solo non si disfacessero come sabbia tra le dita dopo due secondi dal silenzio che inframezza un’altra domanda ed un’altra risposta.

Ho una spiaggia intera di pensieri insabbiati, lunga chilometri e chilometri ma grazie a Dio ogni tanto il mare se ne mangia qualcuno, quando viene l’alta marea.

Stanotte è una di quelle notti in cui la sintesi non trova inchiostro nel mio vocabolario e potrei dire e dire per ore, senza mai arrivare da qualsivoglia parte. Però l’illusione di arrivarci la avrei. Sono queste illusioni che mi appagano a volte, perché pensando e pensando, chiedendosi, torturandosi, rimuginandosi, rinvangandosi di gingillo mentale in gingillo mentale, sia esso pindarico (la maggior parte delle volte) o no, alla fine ho la sensazione di essere arrivata dove volevo arrivare ma in realtà non sono arrivata in nessun punto se non tornata a quello iniziale, solo che la mente è stancamente paga, come se si fosse procurata un orgasmo dopo minuti che sembrano ore di maratona di piacere, in questo caso di pensieri, domande e risposte che si sciolgono in un sospiro.

Non so se riesco a spiegarmi, veramente, ma in fondo cosa importa?

Tu per esempio, tu che stai leggendo adesso, ti importa? Se sei arrivato fin qui a leggere dimmi, hai una risposta per me? Una qualsiasi.

Stanotte sono soltanto un’Anima Errante, godrò delle ore buie fino agli ultimi scampoli di penombra finché farà capolino la luce che mi sottrarrà con gli artigli delle responsabilità a questi momenti in cui non v’è che silenzio e pace, dove nessuno può regalarmi un sassolino da mettere in tasca che il giorno dopo sarà più pesante e poi ancora di più il giorno seguente, finché, se sarò fortunata, non riuscirò a disfarmene, gettandolo nella fossa dei peccati. Dei peccati di ieri.

Che fantastica parola “Errante”. Una Errante Vagabonda, una Vagabonda Errante.

Chissà cosa starà facendo Endymion.

 

 

 

.

(credo)

 

E poi capita.

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(Img dal Web)

E poi capita che, nonostante la tua testa che viaggia per conto suo macinando chilometri di pensieri, qualcosa prepotentemente ti si insinui nella mente, come un ticchettio insistente che dipende da se stesso e su cui tu credi di aver potere ma in realtà non ce l’hai.
E allora le cose, le situazioni, le persone prendono vita da sé, una vita propria, e una si ritrova spettatrice fintamente ignara di quei passaggi che lasciano una scia concreta, come l’eco delle loro voci, sebbene non esistano, se non in quell’esistenza che vive ovattata in quello che potresti fare e che non fai.
Perché allora non lo fai?
Perché ho paura di iniziare qualcosa che non so come possa finire.
Ma se non inizi non lo saprai mai.
Ma so che se iniziassi e non finissi deluderei me stessa e seppellirei quella delusione dietro un velo di convinzione che non fosse realmente importante.
Ma non sarebbe come lasciare le cose a metà, se nemmeno inizi.
Ma se inizio con questa convinzione, già perdonandomi l’eventuale abbandono, non darei a quella cosa la giusta importanza che invece dovrebbe avere.
Questo significa non credere in se stessi.
Sshh.

28 gennaio 2017

Eh.

Non scrivo dal 24 dicembre 2016.
Mi fa quasi strano scrivere 2016, un anno pessimo che mi ha lasciato in testa degli strascichi non indifferenti.
Un tappeto porpora con sfumature bluastre tendenti al nero che si srotola a ritroso nella mente in una penombra voluta sulle pareti che lo accompagnano e si va a perdere all’infinito inghiottito nel buio pesto dietro una porta chiusa, sebbene non a chiave.

Ho avuto mal di testa dal 29 dicembre al 10 di gennaio ed ogni tanto torna a far capolino.
Nemmeno lo scrivo della paura che mi viene quando ci penso, ben conscia di aver ereditato le paranoie depressive da un ramo della mia famiglia.
Che ho paura di morire beh, meglio ammetterlo piuttosto che tenermelo dentro.
Spero di sbagliarmi. Chi non lo spererebbe del resto. Ho paura di addormentarmi e di non svegliarmi più il mattino successivo e mi sento un nodo in gola che mi strozza perché penso a mia figlia.
E mi risuonano in testa le parole della suora che mi faceva da maestra alle elementari, quando frequentavo le francescane: ricordatevi bambini, che quando la mattina vi svegliate aprendo gli occhi, e siete vivi, dovete renderne grazie a Dio.

Ho sepolto questo ricordo per anni, 32 per l’esattezza, ogni tanto mi tornava alla memoria ma credo che adesso abbia rivelato la sua natura di pilastro ben piantato nell’inconscio che in un soggetto come me, tendente al paranoico ultimamente oltre ogni limite, è capace di provocare momenti di ansia non indifferenti.

Ma parliamo di cose carine. Il Natale tutto sommato è andato bene. Le feste anche. Il ritorno un po’ malinconico, ma del resto lo è ogni volta.
Non ho voglia di pensare a cosa mi offrirà questo nuovo anno, quello che viene viene, ma spero almeno che ci sia il sole il più delle volte, sull’Anima.

Per chi passerà a leggere, sebbene in ritardo, auguro buon Anno, anzi, buon domani, che mi suona meno pretenzioso.

 

Diario di bordo di fine 2016

Ore 4 a.m.: il mio viaggio verso il reset ha inizio.

Non lo so come andrà ed inaspettatamente non provo nemmeno ad immaginarmelo. Il cervello si rifiuta, con sagace quietezza d’animo.

Fino a ieri, 23 dicembre, ho inanellato delusioni e dispiaceri anche abbastanza concreti in una collana che alla fine ritrovo appesa al collo della mia forza d’animo e di volontà; non è sicuramente di metallo nobile e probabilmente mi instilla, attraendola, una certa negatività, eppure se non esistesse la Nigredo non ci sarebbe Albedo. Tutto sta nella trasmutazione, in questo maledettamente amabile Ouroboros di vita. Perciò non penso. Lascerò che accada, qualsiasi cosa accadrà.

Verso casa per ora. Verso l’inizio della fine di tutto questo. Ma sono ancora le 4,36.